Valutazioni analitiche su oggetti di discussa autenticità (già periziati e non)

Quando si affrontano indagini per valutare l’autenticità di manufatti in genere, vi sono una serie di elementi, potenzialmente estremamente significativi, troppo spesso trascurati se le analisi vengono eseguite con metodologie tipiche di specializzazioni diverse da quelle del petrografo-naturalista. Ad esempio:

  • una lunga esperienza di anni acquisita su sezioni sottili di campioni di preparazioni di tele e tavole ha evidenziato che i dati che si possono ottenere con lo studio petrografico in microscopia ottica delle stesse, oltre a dare indicazioni preziose sui materiali usati dall’artista e sui luoghi di approvvigionamento, possono fornire decisive informazioni circa epoca ed ambito artistico, e qualche volta addirittura permettere di risalire all’autore dell’opera. Purtroppo, dati composizionali e stratigrafici sulle preparazioni non sempre, e mai quando si vogliano limitare le indagini ai metodi cosiddetti “non invasivi”, vengono riportati nelle perizie di quadri. 
Quello dell’autenticità dei dipinti è un campo di particolare importanza visti gli interessi che vi ruotano intorno. E’ quindi evidente la necessità di raccogliere tutti i dati che possono essere illuminanti per arrivare a conclusioni quanto più possibile sicure. Nel caso di falsi, questi possono essere facilmente smascherati essendo i falsari, per quanto bravi, impossibilitati, per ovvi motivi che è inutile spiegare, a ripetere il tipo di preparazione (artigianale) originale.
Per i fautori degli esami non distruttivi si fa notare che molto spesso il prelievo di materiale necessario per l'allestimento di sezioni sottili delle preparazioni può essere fatto semplicemente sul bordo del dipinto e quindi senza deturpare minimamente l’opera.

  • nel caso di materiali lapidei, sono spesso le patine (ad ossalati e fosfati) ad essere frettolosamente liquidate come generiche alterazioni delle superfici a vista: al contrario, in ambito mineralogico-petrografico, è stato possibile arrivare ad una classificazione di queste unità attraverso cui si è in grado di distinguere tecnologie di ambito ellenistico, romano, medioevale/rinascimentale;
  • su manufatti dichiarati provenienti da aree di scavo, l’esame delle incrostazioni che non si limiti a ricercare i soli dati compositivi, ma che consideri pure le caratteristiche strutturali e tessiturali delle stesse (come è possibile fare attraverso analisi in sezione sottile in microscopia polarizzante), è in grado di distinguere quelle formatesi nel tempo per processi naturali da quelle artate da abili falsari;
  • su manufatti dichiarati provenienti da ambienti ipogei è possibile ravvisare, attraverso l’indagine petrografica, una riorganizzazione dei materiali costituenti impossibile da replicare, anche da parte del falsario più consumato, nelle sue caratteristiche strutturali e tessiturali indotte da secoli di sosta in quelle particolari condizioni microclimatiche. Un caso classico sono le finiture policrome delle urne etrusche in travertino nelle quali si notano fenomeni che vanno dalle mobilizzazioni cristalline, con conseguenti glassature neogeniche delle superfici, alla vistose dislocazioni negli strati pittorici.

Durante gli anni di attività, ci si è poi inaspettatamente resi conto di come, troppo spesso, laboratori anche affermati nel campo della diagnostica nei beni culturali abbiano espresso giudizi di non autenticità di un’opera d’arte basandosi su una interpretazione troppo frettolosa dei dati raccolti durante le loro ricerche.

Quasi sempre, all'origine del problema vi era il fatto di avere fatto unicamente ricorso a strumenti scientifici raffinati senza passare prima dal più classico e basilare microscopio ottico polarizzante, con la conseguenza di perdere la visione d’insieme restringendo invece il campo d'azione ad una prospettiva troppo specialistica e limitata.

Non solo, ma in particolare per i dipinti moderni non sono rari i casi in cui pigmenti di diverso colore risultino caratterizzati tutti dalla stessa composizione chimica quando direttamente analizzati tramite XRF, tecnica con la quale è impossibile esaminare, separatamente, i singoli strati pittorici e le unità di preparazione.

Altre volte, ci si è sottratti ad un dovuto approfondimento dei risultati analitici ottenuti, un caso classico è la condanna di alcuni dipinti semplicemente per avere rilevato la presenza di titanio, dato di per se stesso poco qualificante se non quantificato e, soprattutto, contestualizzato.


In sostanza, un controllo critico di precedenti perizie potrebbe mettere in luce zone d’ombra o aspetti non sufficientemente esplorati attraverso cui ridiscutere una eventuale autenticità troppo superficialmente negata.